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ANALISI GEMME
del Centro Analisi Gemmologiche




Il contributo dei laboratori gemmologici allo sviluppo del business e l’importanza della formazione specialistica.
L’economia in genere, e la nostra economia in particolare, si basa su una serie di relazioni i cui legami, sovente non appariscenti, hanno però profondi effetti nel complesso dei risultati finanziari. Infatti, se trasportassimo in economia il presupposto secondo il quale nessuno può essere felice da solo, potremmo facilmente citare i numerosi esempi d’interconnessione fra settori adiacenti, e non solo. Se mi si concede quindi tale premessa, vorrei entrare subito nel merito dell’argomento in discussione, sottolineando come la professionalità di tutto il settore della gioielleria, e in particolare di quello italiano, sia il risultato di una precisa scelta, prima ancora che di una necessità contingente. Storicamente, la figura del gioielliere si é trasformata nel tempo e con i tempi, adeguandosi al divenire di nuove situazioni per rispondere a esigenze diverse. In una parola aggiornandosi a quelle nuove realtà derivanti da mutati costumi e, sovente, anche da tecnologie più sofisticate. Se nella progettazione di un gioiello dalla matita si è arrivati fino alla modellazione computerizzata, e la tecnologia in grado di produrre prototipi in automatico si é sostituita all’osso di seppia, mi sia in questa occasione consentito richiamare l’attenzione di tutti voi su due punti, a mio avviso fondamentali, riguardanti i preziosi con gemme, quegli oggetti cioè che non solo da oggi, sono uno dei simboli del “made in Italy” nel mondo. E se per gusto, valore estetico e capacità innovative dei nostri prodotti lascio volentieri la parola a interlocutori più qualificati, per la certificazione globale dei livelli qualitativi vorrei sottolineare la necessità di un ulteriore, decisivo sforzo in favore di un’affermazione altrettanto convinta e capillare. Per intenderci, nessuno contesterebbe la condanna conseguente il mancato rispetto delle percentuali dei titoli dell’oro, che sono standardizzati da decenni, ma fin ad oggi pochi lamentano la mancanza di regolamenti in tema di qualità delle pietre preziose. Senza dubbio le difficoltà tecniche, prima, e una non avanzata sensibilità commerciale, poi, hanno consentito lunghi periodi di latenza normativa, all’interno dei quali sono stati proprio gli operatori meno scrupolosi a trarre i maggiori vantaggi; ma la situazione si sta evolvendo con encomiabile rapidità, grazie anche alla concomitanza di quegli importanti fattori che descriverò in seguito. Il secolo appena trascorso è stato senza dubbio il più importante e più rivoluzionario nella pur millenaria storia delle gemme. Ma se storia e leggende si perdono nella notte dei tempi, é però noto che solo da poco più di cento anni esistono in commercio gemme sintetiche, mentre ancora più recente é la comparsa di trattamenti cosmetici particolarmente insidiosi, cui si affianca l’immissione sui mercati di imitazioni ben più pericolose che non in passato. Infatti se risale ai primi anni del ‘900 la commercializzazione dei primi rubini sintetici, quelli prodotti da August Verneuil, o gli esperimenti di Giorgio Spezia sul metodo idrotermale, è solo in questi ultimi decenni che sul mercato sono arrivate sintesi dalle caratteristiche estremamente simili a quelle dei corrispondenti cristalli naturali. Un esempio significativo ci è proprio dato dal metodo idrotermale, che solo a partire dagli anni 60 è utilizzato in modo industriale con la produzione di quarzi e di smeraldi dall’aspetto e dalle caratteristiche estremamente ingannevoli. L’attenzione dell’industria non si é certo esaurita con la produzione dei quarzi, o degli stessi diamanti sintetici, che sono ora componenti standard in numerosi settori, dall’elettronica alla meccanica di precisione. Le tecnologie produttive, derivando da processi perfettamente programmabili, hanno quindi offerto la disponibilità d’intere famiglie di cristalli sintetici, caratterizzati da un’estrema vicinanza con i corrispondenti naturali dai punti di vista chimico, fisico e ottico. E non solo delle solite “quattro grandi” come qualcuno ancora vuole credere, ma anche d’esemplari inconsueti, i meno noti ma altrettanto pregiati cristalli da collezione. Se gli smeraldi, ricercati in modo preponderante soprattutto dopo la scoperta delle Americhe, erano conosciuti fin dai tempi di Cleopatra, solo negli ultimi 50-60 anni sono stati scoperti altri giacimenti di notevole importanza gemmologica: mi riferisco al Pakistan, all’India, alla Cina, al Brasile e all’Australia, e queste nuove miniere hanno offerto la disponibilità di pregevoli esemplari di qualità, ma dalle caratteristiche decisamente particolari, e pertanto sconosciute alla maggior parte degli operatori. Altrettanto dicasi per giacimenti di gemme diverse, e ne citiamo uno tra tutti: quello dei tanto pregiati zaffiri del Kashmir, individuato solo all’inizio del secolo or ora trascorso, come pure per i giacimenti di diamanti in Russia, Australia e in Canada, individuati solo a partire dalla seconda metà del 1900. E che dire della tanzanite, completamente sconosciuta ai nostri nonni gioiellieri, e che negli ultimi decenni si é inserita con autorevolezza e pari dignità nell’olimpo delle quattro grandi? Anche per le perle il secolo appena trascorso ha visto un’evoluzione strepitosa, addirittura una rivoluzione, se si considera che il 99% delle perle usate oggi in gioielleria sono coltivate: in questa sede desidero allora ricordare a me e a tutti Voi che le prime perle sferiche coltivate furono immesse in commercio solo negli anni venti, mentre la disponibilità di quelle coltivate senza nucleo rigido, commercialmente conosciute con il nome di “Perle d’acqua dolce” risale alla seconda metà del XX secolo. Altrettanto recente, e forse anche più incalzante, la crescente affermazione delle perle coltivate dei Mari del Sud, oggetto di un’efficace e ben coordinata campagna d’informazione, prima ancora che di promozione.. Tutto ciò ha ampliato, se non il numero delle gemme disponibili, almeno il ventaglio delle caratteristiche di quelle presenti, e la conseguente necessità di conoscerle e di descriverle in modo univoco. Per descriverle adeguatamente, per non correre il rischio di confonderle con esemplari di origine sintetica, ma anche per rilevare ed evidenziare gli eventuali trattamenti presenti. Infatti, pur considerando i trattamenti cosmetici come parte della storia delle pietre preziose, é necessario sottolineare che i più sofisticati, efficaci e pertanto ingannevoli interventi sono stati perfezionati solo negli ultimi due o tre decenni, con l’ausilio di tecniche e tecnologie estremamente avanzate. E se, almeno fino a ieri, l’esperienza di generazioni e magari anche un contatto sporadico con un esperto potevano garantire una certa tranquillità al gioielliere, oggi nessuno può più illudersi che il rischio sia limitato alle oliature degli smeraldi, al riscaldamento di zaffiri e rubini, o alla presenza dei cubic zirconia in cartine di diamanti. Ecco allora definirsi una serie precisa d’esigenze in termini d’informazione, di formazione, di garanzie: in una parola, di una completezza professionale come base comune per gli operatori del nostro settore. Solo così, a mio avviso, si può ipotizzare la difesa di un prodotto che, nel suo insieme, é il risultato di precise scelte di qualità, e nello stesso tempo assicurare il consolidamento di quelle capacità di affermazione che caratterizza i nostri operatori. La storia tutta del mondo orafo italiano é caratterizzata da momenti che hanno donato al mondo prove sublimi di capacità ineguagliabili, e il tramandare tradizioni di tale livello é la felice responsabilità che abbiamo ereditato noi per affidarla domani ai nostri figli. Ma tramandare non é, e non deve essere, il semplice passaggio di un testimone, la direzione di un’azienda o la valorizzazione di un nuovo, ennesimo mercato: se oggi l’Italia orafa é punto di riferimento nel mondo la si deve soprattutto alla capacità dei suoi operatori non solo di adeguarsi, ma soprattutto di evolversi. E, desidero sottolinearlo, sono convinto che la qualità sia innanzitutto una scelta, e solo in seconda battuta la conseguente necessità d’insostenibili concorrenze a basso costo. Perché se l’adeguarsi é elemento necessario per mantenere posizioni di prestigio, l’evoluzione rappresenta il futuro nel quale trovare, creare e quindi offrire nuovi spazi d’affermazione. É allora con legittimo orgoglio, come figlio di gioielliere prima ancora che come gemmologo, che rivendico quindi alla categoria il merito d’aver saputo concretizzare programmi di qualificazione in numerose, significative iniziative di formazione e di specializzazione. L’Italia vanta scuole orafe e istituti gemmologici che coprono l’intero ventaglio delle esigenze del settore, e se molto rimane ancora da fare, é però innegabile come tale disponibilità abbia fornito mezzi determinanti nel bagaglio culturale e professionale di tanti operatori. E non mi riferisco solo alla formazione orafa in genere, o a quella gemmologica in senso stretto, perché il punto fondamentale, il vero giro di boa si é intravisto nel momento in cui ci si é posti il problema della qualità totale, e delle relative garanzie, come prioritario rispetto a ogni altra considerazione. Ognuno concorderà come la semplice conoscenza di un problema ne costituisce il primo e più importante passo verso la soluzione: caso esemplare, quello della moissanite, che risulta abbastanza facile da identificare rispetto al diamante, ma che ha creato non pochi problemi a operatori non sufficientemente informati circa le proprietà intrinseche del nuovo prodotto. Tutti sanno, oggi, che la moissanite reagisce alla punta termica con un comportamento simile a quello del diamante, e crediamo quindi che nessuno trascuri allora il secondo, necessario test di conferma. Con tali premesse richiamo quindi l’attenzione non solo sulle scuole e sui corsi di gemmologia, ma anche sugli istituti professionali, il cui compito fondamentale consiste non solo nel fornire le nozioni necessarie per operare con competenza e correttezza, ma anche nel contribuire a formare una coscienza etica su cui basare i comportamenti e le scelte della categoria. Ed é proprio alla categoria che rendo atto delle iniziative che hanno permesso a noi, addetti alla parte tecnico-scientifica della gemmologia, l’approfondimento di aspetti per troppo tempo lasciati alla casualità d’informazioni incomplete o, peggio, agli interessati silenzi di operatori perlomeno disinvolti. Allora, se oggi si parla con proprietà di termini di trattamenti leciti, accettabili, oppure truffaldini, se ci si pone il problema di una terminologia merceologicamente corretta e, infine, se si propugna la necessità di precisi termini di riferimento da cui desumere certificazioni attendibili, tutto questo deriva dall’univoca scelta di un intero settore che, con la propria correttezza, intende difendere il livello del proprio lavoro e la fiducia dei suoi clienti. In questo ambito l’Italia si é distinta in modo decisivo poiché da oltre dieci anni ha pubblicato quelle normative UNI sul diamante, sui materiali gemmologici e sulla classificazione del taglio che sono poi state adottate come modello per le normative di numerosi Paesi. Mentre per il diamante era già preesistente una standardizzazione molto spinta delle varie norme in uso, che se non uguali erano estremamente simili ovunque, non altrettanto si può dire circa le terminologie e le libertà descrittive utilizzate nel mondo delle pietre di colore. E ciò, voglio sottolinearlo senza il timore di ripetermi, soprattutto in relazione a quei trattamenti che sono, oggi, materia di vivo contendere. Desidero accennare, per confronto, come il definire un taglio con un nome piuttosto che con un altro non alteri, sostanzialmente, i termini della trattativa, il definire con precisione i limiti d’intervento sul colore di certi esemplari abbia, viceversa, un peso determinante nell’attribuzione di successive quotazioni commerciali. Se si volesse accostare due periodi storici abbastanza vicini da entrare nei ricordi di tutti noi, potremmo sottolineare come negli anni ’60 i certificati di garanzia in genere, e i certificati d’analisi gemmologica in particolare, fossero sostanzialmente diversi da quelli attuali: meno informazioni, allora, e maggiore discrezionalità descrittiva, mentre adesso i certificati sono decisamente più esaustivi, soprattutto quelli che accompagnano il diamante. E questo non sembri un risultato di poco valore, perché, come accennato prima per la moissanite, la semplice conoscenza di un problema, a volte, é sufficiente per evitarne le conseguenze più nefaste. Divulgare una corretta informazione, per quanto basilare e sintetica possa essere, ridurrà certamente gli spazi a disposizione di operatori eccessivamente disinvolti, le cui incursioni nel nostro mondo sono ben note a tutti. Anzi, nella misura in cui si diffondesse una cultura merceologica basata su riferimenti precisi, si amplierebbe notevolmente il numero di quanti sarebbero interessati all’acquisto dei nostri prodotti… non più, e soprattutto non solo spinti da motivi emozionali, da ricorrenze periodiche o da tradizioni di calendario, ma per una lucida e ben meditata scelta di tipo economico. Da parte mia posso testimoniare come la collaborazione fra il settore commerciale e i laboratori gemmologici sia all’origine di tangibili successi in termini d’immagine, di credibilità e di fiducia, prima, e di interessanti spazi operativi, poi. Il laboratorio gemmologico, adeguatamente attrezzato e correttamente gestito si rivela un prezioso collaboratore in termini di consulenza preventiva, di garanzia supplementare, di certificazione imparziale. O, magari anche di assicurazione ulteriore, perché in epoca di televendite mirabolanti, e relative contestazioni, disporre di un arbitro efficiente, imparziale e rapido é sovente la miglior difesa per chi intende operare in modo corretto. A mio parere, i laboratori potrebbero, anzi dovrebbero offrire un contributo essenziale in favore del commercio degli operatori corretti, proteggendoli dalla concorrenza sleale, e a volte addirittura inconsapevole, di commercianti troppo superficiali, o non sufficientemente informati. E, non dimentichiamo che i laboratori e gli istituti gemmologici italiani hanno raggiunto oggi, ma forse è errato dire oggi, perché a mio parere lo hanno sempre avuto, un livello di considerazione e d’importanza che viene loro riconosciuto anche in ambito internazionale ed é importante non da parte degli operatori del settore, pur in un mercato globale non accondiscendere a mai sopite indulgenze esterofile, per alcuni motivi di non secondaria importanza, che riassumerò brevemente: a – in un’Europa tendente all’unificazione tutti i laboratori di buon livello professionale sono tenuti all’adozione di standards operativi comuni e, per quanto possibile, uguali; b – la disponibilità a livello locale di un laboratorio qualificato garantisce quella rapidità di tempi d’intervento oggi indispensabili per il ritmo delle transazioni commerciali; c – l’uso di una lingua nazionale, in relazione a quelle Norme UNI citate in precedenza, riduce drasticamente la possibilità di quei malintesi le cui conseguenze peserebbero a lungo sugli operatori, e in modo ben più pesante dei semplici risvolti economici. E, non nascondiamocelo, lo sforzo di una credibilità professionale, prima e ancor più di un’attendibilità tecnica, sono originate, e soprattutto giustificate, dall’imponente giro d’affari originato dalle pietre preziose, senza il quale il lavoro del gemmologo avrebbe la stessa rilevanza di quello deputato alla classificazione delle farfalle! Perché, e sia chiaro, il centro di tutto questo concetto é, e deve rimanere, la tutela del cliente finale, che per la verità, negli ultimi decenni ha affinato notevolmente conoscenze ed esigenze specifiche in materia di gemme. Desidero ricordare che oggi non é più lecito vendere quarzi col nome di topazi, pur rispettando il valore ridotto dei primi; oppure definire “acquemarine sintetiche” dei banali, per quanto dignitosi, spinelli sintetici, pur nella certezza che lo spartiacque significativo sia la parola “sintetico”. Il diamante, come esempio per tutti, era commercializzato fino a tutti gli anni ’50 con terminologie abbastanza estemporanee, con particolare rilievo per la massa del cristallo, e magari con un giudizio relativo alla purezza che, sovente, era in funzione degli ingrandimenti utilizzati in analisi, quando addirittura non lo si stemperava nel concetto di “qualità” a tutto tondo. Rimane molto da fare, e il 21° secolo dovrà armonizzare e applicare sinergie diverse, per epoca e per origini, ma oggi contigue fra il mondo della gemmologia e quello del commercio. Ciascuno nella propria sfera di competenze, ma in un quadro di collaborazione generale e, soprattutto, univoca: univoca nelle scelte di fondo, coordinata negli strumenti da adottare, e determinata negli obbiettivi da conseguire, pur con tempi e priorità diversi. E, chissà, forse potrà persino rispondere a una domanda risalente a decenni addietro: come stabilire il confine fra un corindone dal colore rosa intenso, e un rubino definito invece rosso pallido? E pensando al futuro, a mio giudizio non ci si deve sottrarre al confronto e al conforto, dei nuovi strumenti di comunicazione, e deve essere nostra cura adottare tutti i provvedimenti che i moderni mass-media offrono alla promozione dei nuovi assetti professionali, e desidero quindi auspicare un preciso, costante ed approfondito impegno per un rilancio in grande stile del settore. Penso alle potenzialità di Internet, per esempio, e sono certo che molti dei presenti avranno già provveduto, o previsto, una presenza sulla rete. Perché non pubblicizzare il nostro settore, tutto il settore, con una campagna massiccia, puntuale e capillare, che sappia ampliare gli orizzonti dei navigatori, oggi, e orientarne adeguatamente i consumi, domani? Momenti difficili ne abbiamo vissuti molti, e quello attuale é caratterizzato da una recente tragedia di dimensioni epocali, ma prima ancora da una necessità, l’impegno di tutti, e la volontà di non arrendersi, di proseguire, di contribuire a giorni migliori in termini di operosità, di qualità della vita e di serenità. Sono convinto che un convegno, per quanto approfondito, non sia che un momento di contatto e, anzi, l’occasione per iniziare l’esame di argomenti d’interesse comune: vorrei quindi ricordare che sono a vostra disposizione per approfondire insieme alcuni dei punti evidenziati poc’anzi, offrendo comunque tutta la disponibilità per ulteriori dettagli. In ogni caso vi sono molto grato per l’attenzione, e spero in un proficuo seguito dell’iniziativa per la quale ringrazio la Federpietre e l’Ente Fiera di Vicenza.

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